
Due criminali per una tragedia
Ovvero: era meglio se stavo a casa col mio peggior nemico a guardare Quattro bassotti per un danese in videocassetta
Morgan è personaggio, il TV Color ormai ha sancito la sua esistenza anche agli occhi e alle orecchie (?) del Grande Pubblico®.
Morgan ormai è un personaggio, quindi non ha bisogno di suonare ai concerti, di preparare nuove versioni live dei suoi pezzi, selezionare tributi a canzoni o autori. Certo, non parla né di sesso né di possesso, ma sicuramente se oggi ha più successo non è certo per la sua musica. «È questa la demagogia dei personaggi che ricalcano i modelli del mercato di canzoni», e televisivo, aggiungerei. Qualcuno potrebbe obiettare che in fondo Morgan è se stesso e che da sempre dimentica strofe, improvvisa arrangiamenti estemporanei, usa melodica e cimbali o sperimenta in presa diretta, imbrattando ogni pezzo con i sintetizzatori. Di primo acchito parrebbe sembrare il Morgan di cinque o dieci anni fa. Personalmente credo che ci sia una sostanziale differenza: mentre un tempo il personaggio era ad uso e consumo esclusivo della musica, oggi invece esonda e dilaga, coprendo tutto il resto.
Sulle note di un’appena abbozzata Animali Familiari, tra una boutade ed una presentazione de Le Sagome che l’accompagnano, inizia il breve e noioso show cremonese di venerdì 17 luglio 2009 del cantante Morgan, in arte Marco Castoldi.
Già dal secondo pezzo, Amore Assurdo, si coglie la scarsezza della voce, accompagnata da qualche stonatura sui ritornelli, che la vecchia volpe cerca di coprire con l’aiuto della voce robotizzata di Megahertz. Rien a fair. Quelli che l’hanno sentito in forma si ricordano ben altro, senza coretti a sporcare i vocalizzi dell’ugola egocentrica del dandy di Muggiò.
Stesso album e stesso stile alla cazzo, propone una Da A Ad A veloce e molto scarna. Cerca di giocare al crooner, abbassa la voce, la rende fintamente roca, ammicca al pubblico, ma il risultato è poco più che un’imitazione di Gigi Proietti chansonnier di Tu Ma Rot El Ca’.
Nel frattempo usa un po’ di cimbali, la melodica, tamburella su tutto ciò che trova, semina scompiglio sul palco per la gioia ed il divertimento del Grande Pubblico® (che non è certo avaro di commenti di ogni sorta, dallo stupore dialettale al basimento infantile alle onomatopee genitali tipiche delle nostre zone).
Poi è la volta di Le Ragioni Delle Piogge, presentata completamente stravolta, molto interessante, se solo Morgan non inciampasse sullo spartito un po’ troppo spesso, cercando di celare gli errori con l’uso casuale dei synth che lo circondano. Gli applausi del Grande Pubblico® scrosciano tanti quante le risate, i flash delle macchinette digitali comprate su Media Shopping ed i «Sei forte Morgan!», ma ad un tratto l’incanto si rompe, perché l’eroe per famiglie del Grande Pubblico® suona Il Mio Mondo del collega morto Bindi.
È sicuramente la cover più abbordabile del repertorio dei cantautori morti, perché (anche) la canzone ha un passato televisivo, ma evidentemente troppo remoto, quindi di valore nullo per il Grande Pubblico® assetato di postmoderno.
Castoldi rilancia con un’altra cover, ma il Grande Pubblico®, da tiepido, diventa freddo. Cioè, non che il sacro rito dell’applauso si interrompa, ma dal semisilenzio il vociare aumenta, così come i cellulari che s’illuminano di Short Message Service.
Heaven In My Cocktail ridà animo al parterre, che sembra riconoscerla, o perlomeno sembra apprezzare il ritmo sincopato del pezzo roboante dai suoni vintage. Ma anche dietro un easy listening si possono celare temibili insidie.
La traccia 10 di Canzoni Dell’Appartamento ha una peculiarità molto scenica: alla parola «Confusione!», i musicanti si lasciano andare ad un intermezzo caotico, un orgasmo sonoro fuori controllo rispetto al canonico schema strofa/ritornello. Dal vivo, ciò ha sempre provocato situazioni divertenti: l’uso individuale ed autonomo dei vari strumenti, l’inserzione di interi frammenti di altre canzoni (perlopiù cover), il gioco dei rimandi che ne scaturiva… E qui casca l’asino: il Grande Pubblico®, non certo avvezzo a nulla che non sia già precotto e digerito, va letteralmente in panico, applaudendo a più riprese i brani inseriti nella sequenza, e rimanendo spiazzato ed impassibile al vero termine del pezzo.
L’autore della canzone non gradisce. Le falangette congiunte, il movimento dei polsi avanti e indietro, inequivocabile: «Ma che ce state a fa’?», dice il Castoldi col linguaggio non verbale. E qui fa una tipica morganata: si butta al piano e – in solitaria – esegue parte della Rapsodia In Blu. Ripresosi dallo shock, fa Demoni Nella Notte con tutto il gruppo. Ma, sarà che il tempo di attenzione medio del Grande Pubblico® si attesta sui venti-trenta minuti (poi c’è la pubblicità), sarà che ormai la magia è infranta, saranno il ghiaccioli particolarmente diuretici, il deflusso in platea si fa massiccio e rumoroso. E siccome qui non c’è un tubo catodico a mediare con lo showman, il nostro Marco accumula un certo risentimento.
Come ennesimo tentativo di rianimare la serata, Morgan si gioca la carta del basso. Tra uno slap e l’altro esce Crash, ma la voglia è poca e le strofe sono state scritte forse troppi anni fa per ricordarle. Con un batterista preciso come Sergio Carnevale, poi, non ci si può permettere di andare fuori tempo.
Tra clap sui pezzi dal ritmo in quattro quarti («No, la clap no, dai»), applausi ad ogni prefinale di canzone e strofe tagliate sbagliate inventate, la serata continua nella sua discesa inesorabile verso il baratro degli inferi della morte e oltre. Del resto, se ci sono «dischi che si rifiutano di farsi ascoltare dalle menti sbagliate», perché non concerti? E soprattutto, perché insistere su questa forzatura, per poi fare il permaloso e suonare male? Arcano.
Ci mette un sacco ad uscire per il bis, poi scodella una facilissima La Cosa per venire incontro alle capacità mentali del Grande Pubblico®, chiede un coro, ottiene il silenzio, manda palesemente a quel paese la platea, genera un suono d’organetto e lo mette in loop, pronuncia la frase «Sentite questo accordo? Direi che potrebbe riassumere in maniera eccellente il concetto di noia», indica i presunti colpevoli e se ne va. Il Grande Pubblico® non capisce e applaude.
Insomma, il pirata che am(av)o ha scoperto il gusto del Grande Successo® (che cercava disperatamente fin dal singolo di Pop Tools), ma non vuole pagare il pegno di avere come pubblico il Grande Pubblico®, che sistematicamente lo costringe a rendere gli show commediole, dove ad emergere non è l’eclettismo musicale, bensì solo il personaggio Morgan portato all’esasperazione, come una scimmietta dal berretto rosso.
Ciò non significa che io creda al trobar chiuso, o che un artista debba fare il Rodolfo, tutta la vita in soffitta a pensare alla sua Mimì. Però le tournée preparate come si deve, con la giusta dose di cover/tributo e con tante prove alle spalle, erano davvero tutta un’altra musica.
Alfredo Traps